Vangelo secondo san Matteo

Matteo, nome ebraico che significa dono di Dio, era fi­glio di un certo Alfeo, da non confondersi col padre di san Giacomo il minore, ed aveva l'ufficio di pubblicano, ossia collettore delle imposte in Cafarnao. San Marco e san Luca, narrando la sua vocazione all'apostolato, lo chiamano Levi, che fu forse il nome che aveva come pubblicano, o un nomi­gnolo affibbiatogli dal popolo. Chiamato da Gesù Cristo, la­sciò tutto e lo seguì, divenendo uno dei testimoni della sua vita, uno degli apostoli, ed il primo degli evangelisti. Il Van­gelo che porta il suo nome è certamente scritto da lui, ed è inutile intrattenersi su questo fatto ammesso da tutti i dotti.

San Matteo scrisse il suo Vangelo in ebraico circa l'anno 42 dell'era cristiana, e lo scrisse per gli Ebrei convertiti a Gesù Cristo. Egli, infatti, a differenza di san Marco e di san Luca, non si ferma a spiegare gli usi ed i costumi ebraici, come la Parasceve, il giorno degli azzimi, ecc., ma insiste sulle false interpretazioni della Legge date dai Giudei, sma­schera l'ipocrisia e i vizi dei farisei, e cerca di riferire quanto può interessare i giudei, e far loro apprezzare ed amare il Redentore.

Si riferisce alla drammatica visione di Ezechiele (vedi Ez 37,4).

Verso la fine del primo secolo il Vangelo di san Matteo fu tradotto in greco, secondo alcuni dallo stesso evangelista, e si diffuse maggiormente nelle province greche dell'Asia Minore.