La fisionomia particolare dei quattro Vangeli e la famosa questione sinottica

La Chiesa, per antichissima tradizione, riconosce e figura i quattro evangelisti nella visione che san Giovanni vide in­nanzi e intorno al trono di Dio (cf. Ap 4). La visione ha una somiglianza con quella di Ezechiele, ma non è la stessa, per­ché i cherubini, visti da Ezechiele, avevano ciascuno quattro facce: di uomo, di vitello, di leone e di aquila, mentre quelli visti da san Giovanni avevano ciascuno divisamente la somi­glianza di leone, di vitello, di uomo e di aquila. Letteralmente con ogni probabilità, tanto i cherubini di Ezechiele quanto quelli di san Giovanni rappresentano le forze della creazione, o più propriamente quelle della vita, secondo il testo ebraico che li chiama esseri viventi, e secondo il testo latino che li chiama animali, cioè esseri animati; ma tipicamente i quattro cherubini, pieni di occhi che glorificano il Signore, sono i quat­tro evangelisti che raccolgono la luce del Verbo Incarnato e la diffondono nelle anime, glorificando il Signore con l'inno me­raviglioso formato dai cuori redenti che abbracciano la verità.

San Girolamo nel Proemio al Vangelo di san Matteo dice che nella faccia di uomo è significato san Matteo che comin­cia il suo Vangelo dalla generazione temporale del Verbo, quasi cominciando a scrivere dell'uomo: Libro della genera­zione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Nella faccia di leone è figurato san Marco, nel cui Vangelo si ascol­ta la voce del leone ruggente nel deserto: Voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore, ecc. Nella faccia di vi­tello è figurato san Luca, che comincia il Vangelo dal sacer­dozio di Zaccaria, quasi simbolo di sacrificio, e nella faccia di aquila san Giovanni, che quasi aquila si eleva in alto e comin­cia dall'eterna generazione del Verbo.

È una spiegazione che può riferirsi ai quattro grandi attri­buti del Verbo Incarnato, come dice l'A Lapide, quasi stemmi della sua maestà: nel leone è rappresentata la sua fortezza re­gale, che mostrò in modo luminoso risorgendo dalla morte; nel vitello il suo sacerdozio per il quale Egli stesso si offrì in croce come vittima; nell'uomo è figurata la sua umanità as­sunta da Maria Santissima sempre Vergine, e nell'aquila la sua divinità.

I quattro evangelisti, stando a questa bella spiegazione, rappresentano un unico Vangelo, un unico Redentore nelle sue caratteristiche particolari di Re, di Sacerdote e di Uomo-Dio. Cristo, aggiunge Ruperto, è uomo nascendo, è vitello moren­do, è leone risorgendo, è aquila ascendendo al cielo.

Quattro Vangeli, dice sant'Agostino, per indicare l'uni­versalità della dottrina del Redentore, che doveva dilatarsi ai quattro punti del globo; quattro, soggiunge san Gregorio, co­me quattro salde colonne della Chiesa, sulle quali, quasi su pietra quadrata, s'eleva l'edificio della fede. Quattro, sog­giungono altri, quante sono le lettere ebraiche del nome di Dio; quattro, quasi vigilanti cherubini nella Chiesa di Dio, quasi quattro fiumi del Paradiso terrestre della Chiesa, che la inondano e la fecondano, quattro dice ancora san Girolamo, quasi quadriga della gloria di Dio.

I primi tre Vangeli, secondo san Matteo, san Marco e san Luca, hanno tra loro una grande affinità, per cui si usò in anti­co stamparli a tre colonne, per farne vedere i punti di contatto e le divergenze. Queste edizioni si chiamarono Sinopsi, e i tre Vangeli ordinati così a colonne, vennero chiamati Sinottici.

Il Vangelo di san Giovanni ha un carattere così proprio, che venne considerato a parte, pur raccontando i fatti della vi­ta del Redentore, e riferendo le parole da Lui dette. Indagare le cause della rassomiglianza e delle differenze dei tre primi Vangeli costituisce la così detta questione sinottica.

Molte sono le opinioni che si propongono per risolverla. Alcuni iirrono alla tradizione orale, ossia, come dicono, alla catechesi apostolica, che riguardava principalmente la vita e gli insegnamenti di Ge ' Cristo. Questa predicazione orale, fatta costantemente, servì di rima fonte per gli evangelisti, e spiega i punti di contatto fra di oro; le differenze della stessa predica­zione da luogo a luogo e da ambiente ad ambiente spieghereb­bero le diversità tra gli evangelisti, diversità che sono acciden­tali e mai sostanziali. Altri suppongono che, scritto il primo Vangelo da san Matteo, gli altri evangelisti l'abbiano avuto presente, aggiungendovi quello che conoscevano di propria scienza, o per altri documenti e testimonianze. Altri, specie tra i protestanti, suppongono o un solo documento originale, dal quale avrebbe attinto anche san Matteo, o due raccolte di di­scorsi, fatte da san Matteo e san Marco, che chiamano, tanto per darvi un nome: Proto-Matteo e Proto-Marco. Ipotesi, co­me si vede che non hanno alcun fondamento storico, e che prescindono, a noi pare, dal fatto principalissimo, nella reda­zione dei Vangeli, dell'ispirazione e della rivelazione divina. Ammettere che gli apostoli si siano accordati prima su quello che doveva essere l'oggetto della loro predicazione è quasi un disconoscere in loro l'azione dello Spirito Santo che li guidava, azione che era garantita dalla guida del principe degli apostoli san Pietro, primo sommo Pontefice. Gli apostoli erano specialissimamente illuminati nel loro ministero, e rico­noscevano in san Pietro il capo che poteva guidarli in nome di Gesù Cristo, ma non ricorrevano a ritrovati umani, quasi fos­sero propagandisti da comizio. Con una speciale provvidenza soprannaturale che utilizzava anche le circostanze naturali di naturale conoscenza, il Signore fece conoscere agli evangelisti quello che dovevano scrivere. Essi avevano bene in mente gli episodi e le parole della vita di Gesù Cristo, ed essendo mossi dalla stessa luce soprannaturale, non è meraviglia che abbiano scritto nello stesso modo, essendo sempre individui distinti e liberi, non è meraviglia che abbiano scritto anche come vede­vano essi la luce dalla quale venivano illuminati. Certe diver­genze poi o riguardano fatti simili, avvenuti più volte in diverse circostanze nella vita del Redentore, o riguardano particola­rità taciute in uno ed espresse in un altro evangelista, o riguar­dano apprezzamenti accidentali di certe circostanze, apprezamenti che Dio non sopprime mai nella creatura che illumi-a, lasciandola perfettamente libera, e tutelandola perché non ada in errore. Per san Matteo e san Giovanni, apostoli del Signore, te­stimoni oculari o contemporanei dei fatti, la fonte della narra­zione era la loro conoscenza personale; per san Marco, disce­polo di san Pietro, la fonte fu lo stesso principe degli apostoli, e in alcuni fatti, per lo meno, dovette essere anche testimone oculare. Per san Luca egli medesimo afferma di avere diligen­temente investigato ogni avvenimento e di avere formata una narrazione storicamente ordinata.

A quale scopo ricorrere, come sogliono fare i razionali­sti, e i protestanti specialmente, a creazioni fantastiche di i­potesi, quando i fatti sono così ovvi e trovano da sé la spie­gazione? Dio, ispirando l'evangelista a scrivere, lo mise pre­cedentemente nella condizione di scrivere, facendogli avere cognizioni naturali dell'oggetto della storia che doveva rac­contare; è il modo comune che il Signore segue nelle vie so­prannaturali. Quello che ciascun evangelista conosceva natu­ralmente gli fu ricordato e rivelato soprannaturalmente quan­do scrisse, e ciascuno formò un disegno speciale, quasi come un pennello che traccia lo stesso disegno o la stessa scena in un modo diverso, per la diversità della mano che lo traccia. Ciò che è somigliante lo è per la stessa luce che ispira e rive­la, ciò che è particolare lo è per il soggetto diverso che riceve la luce. Noi mediteremo volta per volta il modo diverso di raccontare uno stesso fatto, e ne considereremo, con l'aiuto di Dio, l'armonia.

Non si può, strettamente parlando, dire che i quattro Van­geli siano una stessa cosa, né si può dire a caso che il Signore, pieno di sapiente economia in tutto, abbia voluto quattro nar­razioni della medesima storia. Ognuno dei Vangeli ha una fi­sionomia speciale che mostra il Redentore in una luce partico­lare, e trae l'anima in una maniera speciale ad imitarlo: il Messia predetto, Matteo; il Re dell'Universo, Marco; la Vit­tima sacerdotale, Luca; il Verbo eterno, Giovanni.

L'uomo, il dominatore, la vittima, il Dio Incarnato. Anco­ra: il compimento dell'antico patto, il compimento delle figu­re, il benefattore dell'umanità, la luce eterna che illumina ogni uomo. Si potrebbe dire quasi che come un violino ha quattro corde e su di esse si suonano tutte le melodie possibili, così nei quattro Vangeli, quasi su corde mirabili, risuonano le ar­monie della misericordia e della grazia di Dio, rivelate non già ai sapienti orgogliosi, ma ai piccoli, come disse Gesù Cristo medesimo, benedicendo il Padre (Mt 11,25).

In mezzo a queste luci, semplici come il tremolare d'una stella vista nella notte, e grandiose come l'astro visto nella sua immensità, punti luminosi nelle tenebre della terra ed oceani di splendori nell'altezza del cielo, l'anima viene come plasmata a novella vita, nasce a Dio, s'irrobustisce nella grazia, si immola come vittima, vola fino a Dio nella vita dell'amore; anch'essa diventa come un cherubino dalla faccia di uomo nella perfezio­ne della stessa natura umana, dall'aspetto di leone nella forza trascendente della grazia, dal sembiante di vitello nel sacrificio della vita, e volante come aquila nelle ascensioni verso Dio.

Come una miniera, il Vangelo si esplora sempre; come ter­ra feconda dà sempre nuovi frutti, come fonte dona novelle pol­le di limpida acqua, e come altezza dà nuove sorprese di novelli orizzonti. È una meraviglia che dà le vertigini, è la divina irri­sione all'orgoglio umano che sogna le altezze sui miseri cumuli di rifiuti, che si fa affascinare da tutto quello che sembra gran­dioso solo perché gonfiato, rifiutando il luminoso brillante per prendere un masso di tufo, sol perché gli sembra più grosso.

La divina semplicità del Vangelo dà le vertigini, perché, come un fiore del campo, mentre è candido nella sua piccola corolla, è mirabile nella sua struttura, e apre novelli orizzonti di scoperte a chi vuol conoscerlo alla luce divina. In tutti i se­coli, simili a limacciosi flutti di vicende e di orgoglio, il Van­gelo passa come astro brillante che nessuna tempesta può tra­volgere, sapienza eterna che dopo ogni tempesta riappare co­me la stella polare, e traccia il cammino alle navi disorientate dall'uragano.